Devozione
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[modifica] Religione romana
La devozione (in latino: deuotio, da deuouere, fare un voto) nell'antica religione romana era l'atto con cui un comandante militare si sacrificava votando la propria vita alla divinità (principalmente agli dèi degli inferi, o Mani), insieme all'esercito nemico allo scopo di ottenere la sua distruzione, come fecero i vari Publio Decio Mure.
Il comandante romano, in situazioni di estrema gravità, poteva durante la battaglia decidere di votare (nel senso di consegnare) sé stesso e l'esercito nemico agli Dèi Mani e alla Terra. Indossata la toga praetexta, di cui un lembo doveva coprire il capo (capite uelato), saliva su un'arma da lancio (telum, probabilmente un giavellotto) e, tenendosi il mento con una mano, pronunciava la formula rituale della deuotio. Dopo averla pronunciata, indossata la toga col cinctus Gabinus (cioè annodata in vita), si gettava tra le fila nemiche trovando la morte.
| Un esempio della formula rituale ci viene riportato da Tito Livio (VIII, 9, 4), dove il pontefice Marco Valerio suggerisce le parole della formula al console Publio Decio Mure che le ripete:
Iane, Iuppiter, Mars pater, Quirine, Bellona, Lares, Diui Nouensiles, Di Indigetes, Diui, quorum est potestam nostrorum hostiumque, Dique Manes, uos precor ueneror, ueniam peto feroque, uti populo Romano Quiritium uim uictoriam prosperetis hostesque populi Romani Quiritium terrore formidine morteque adficiatis. Sicut uerbis nuncupaui, ita pro re publica populi Romani Quiritium, exercitu, legionibus, auxiliis populi Romani Quiritium, legiones auxiliaque hostium mecum Deis Manibus Tellurique deuoueo. Traduzione della formula: Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dèi Indigeti, dèi che avete potestà su noi e i nemici, Dèi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli dèi Mani e alla Terra, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l'esercito per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici. |
Il comandante poteva anche scegliere al posto suo un milite tra i cittadini arruolati nella legione. Se l'uomo moriva, la scelta era considerata ben fatta; se non moriva, si sotterrava una statua alta sette piedi (circa due metri) e si faceva un sacrificio espiatorio. Era vietato ai magistrati romani passare sopra il luogo di sepoltura di questa statua. Se è il comandante a votarsi e a non morire, non potrà più compiere alcuna cerimonia religiosa privata o pubblica senza contaminazione, sia col sacrificio di una vittima, sia in altro modo. Potrà però votare le sue armi a Vulcano o qualunque altra divinità vorrà. Non è lecito che il nemico si impadronisca dell'arma sulla quale il comandante ha pronunciato la formula della deuotio, se questo succede bisogna compiere un suouetaurilia (sacrificio di un porco, una pecora e un toro) espiatorio a Marte.
Da quello che scrive Livio, comunque, la deuotio non era più praticata già ai suoi tempi, così come non lo è, ovviamente, nella moderna religione romana.

